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Salviamo la 194

Posted by quellachenonsei on giu 11, 2012 in Senza categoria

Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo, allora, e partiamo da una domanda. Questa: “tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no.

Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.

Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194.

Quella legge è, con crescente protervia, posta sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum.

L’articolo 4 di quella legge sarà all’esame della Corte Costituzionale – il prossimo 20 giugno – che dovrà esaminarne la legittimità, in quanto violerebbe ” gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.

Inoltre, quella legge è svuotata dal suo interno da anni. Secondo il Ministero della Salute sono obiettori sette medici su dieci (per inciso, i cattolici praticanti in Italia, secondo i dati Eurispes 2006, sono il 36,8%): in pratica, si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009 per quanto riguarda i ginecologi, per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento. Secondo la Laiga, l’associazione che riunisce i ginecologi a difesa della 194, i “no” dei medici arriverebbero quasi al 90% del totale, specie se ci si riferisce agli aborti dopo la dodicesima settimana. Nei sette ospedali romani che eseguono aborti terapeutici, i medici disponibili sono due; tre (su 60) al Secondo Policlinico di Napoli. Al Sud ci sono ospedali totalmente “obiettanti”. In altre zone la percentuale di chi rifiuta di interrompere la gravidanza sfiora l’80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. Siamo sopra l’85% in Basilicata. Da un’inchiesta dell’Espresso di fine 2011, risulta che i 1.655, non obiettori hanno effettuato nel solo 2009, con le loro scarse forze, 118.579 interruzioni di gravidanza, con il risultato che più del 40% delle donne aspetta dalle due settimane a un mese per accedere all’intervento, e non è raro che si torni all’estero, alla clinica privata (o, per le immigrate soprattutto, alle mammane). Oppure, al mercato nero delle pillole abortive.

Dunque, è importante agire. Vediamo come.

Intanto, queste sono alcune delle iniziative che sono state prese:

1) Lo scorso 8 giugno, Aied e Associazione Luca Coscioni hanno inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge. “Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge”, hanno detto.

Le proposte sono:

Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;

Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;

Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;

Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;

Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

2) La scorsa settimana ha preso il via la campagna contro l’obiezione della Consulta di Bioetica Onlus: qui trovate le informazioni e qui il video.

Diffondere queste informazioni è un primo passo. Ce ne possono essere altri. Fra quelli a cui, discutendo insieme, abbiamo pensato, ci sono:

1) Raccogliere testimonianze. Regione per regione, città per città, ospedale per ospedale, segnalateci gli ostacoli nell’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza. Potete farlo anche in forma anonima, nei commenti al blog. Ma è importante: perché solo creando una mappa dello svuotamento della legge è possibile informare su quanto sta avvenendo ed eventualmente pensare ad azioni anche legali.

2) Tenere alta l’attenzione in prossimità del 20 giugno. Lanciate su Twitter l’hashtag #save194, fin da ora.

L’intenzione di questo post è quella di informare. Non è che il primo passo: perché la libertà di scelta continui a essere tale, per tutte le donne.

Postato in contemporanea da:

Marina Terragni

Giorgia Vezzoli

Giovanna Cosenza

Lola

Chiara Lalli

Lorella Zanardo

Dol’s.it

Si fa presto a dire mamma

Femminismo a Sud

 
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Posted by quellachenonsei on giu 4, 2012 in Senza categoria

Ho superato il limite di traffico mensile, mi hanno decurtato i punti di scrittura sul blog. Inizio a rimpiangere Splinder. Tornerò con calma, post minimi e minimalisti o mi cassano.

 
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Leggere allunga la vita, o almeno l’alleggerisce

Posted by quellachenonsei on mag 8, 2012 in Senza categoria

Premessa: è un post che avevo scritto tempo fa per una passata edizione del Salone del Libro, direi che è sempre attuale e l’invito alla lettura (e perché no a fare un giro al Lingotto di Torino per il Salone) è sempre valido, perché il piacere delle pagine da sfogliare non ha scadenza.

“I nostri giovani sanno troppo poco. Non conoscono le lingue, l’italiano compreso…”. Lo ha affermato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nell’intervento a un convegno sull’apprendistato a Torino.
Lo si afferma da tempo, i giovani ma non solo giovani, leggono e imparano poco, le ragioni sono molteplici e non è intenzione di chi scrive svolgere un’indagine sociologica per cercare le cause della disaffezione, più che un vero e proprio divorzio, della popolazione italiana in età scolare e non dalla cultura. Cultura che non fa necessariamente rima con istruzione ma con conoscenza, voglia di apprendimento e di non fermarsi alle chiacchiere che riempiono di vuoto il nulla di questi tempi di crisi.
Cultura che passa anche attraverso i libri, non solo quelli che appesantiscono gli zaini e che rimangono spesso intonsi a giugno quando suona l’ultima campanella ma quelli che si scelgono per sete di sapere e per voglia di viaggiare con la mente, rendendosi conto che il mondo non è limitato a quello che si vede ma anche a quello che si immagina.
Si può restare dieci minuti sulla stessa pagina dello stesso libro e sapendo che ogni altra pagina non girata non sarà usata contro chi legge e che non è peccato sottolineare e aggiungere riflessioni personali accanto a quelle dell’autore, ci si può appellare al terzo diritto del lettore e non finire per passare a un altro libro di un altro autore. Ma si dovrebbe sempre immaginare come in Fahrenheit 451 che un giorno qualcuno molto poco amante della libertà e delle idee qualsiasi esse siano potrebbe mandare al rogo ogni pensiero messo su carta. E sarebbe l’oblio e l’obnubilamento della mente umana.
Perché leggere?
Perché leggere è toccare, l’indice destro sulla copertina, sul dorso, lentamente. Stringerlo, comprimerlo come se avesse pelle e muscoli e accarezzarlo per imprimergli le proprie impronte digitali di appartenenza.
Perché leggere è odorare, il profumo di bosco della carta pressata (si abbattono alberi per fare i libri, che dal sacrificio di una pianta germoglino pensieri costruttivi, almeno), l’anima dell’inchiostro nelle parole a volte acide a volte basiche, trasformarle in ricordi di altri libri e di altri giorni.
Perché leggere è guardare, le pause, gli spazi, le proposizioni con gli “a capo”, dall’incipit all’epilogo, rincorrendo le virgole fino all’ultimo punto.
Perché leggere è capire, dimenticare l’esterno e viaggiare nella storia o nei versi, diventando protagonisti angolari silenziosi ma presenti, in quello spazio, in quel tempo, in quella frase come se i fogli fossero sparsi su una pianura ad anticipare quello che verrà.
Perché leggere è ascoltare, chiudere i libro e sentirsi pieni di qualcosa che non c’era e si doveva avere, poggiare il libro sul letto e sapere che tutte le parole sono l’immenso diario di ciascuno che abbia guardato in faccia la disperazione, il delirio, la bellezza e la grandezza di un mondo seppure un po’ alla deriva.
(Salone Internazionale del Libro-Torino)

 
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Governo pret-a-porter versione 2012

Posted by quellachenonsei on mag 1, 2012 in Senza categoria

Premessa: è un post dell’aprile 2006, alcuni personaggi sono un po’ cambiati ma alla fine fanno le stesse cose, la situazione purtroppo è peggiorata.

E alla fine arrivano i Supereroi: una task force per salvare l’Italia. Ma chi salverà gli italiani?
La primavera del 2012 fu per l’Italia un’esaltante stagione di riforme come non si erano mai viste dai tempi di Cavour, anziché ostacolare ogni progetto la strana maggioranza fece sì che ogni senatore potesse ottenere qualsiasi richiesta purché appoggiasse l’Unione Bancaria di Su Giù Centro Di lato e Di obliquo. Dopo anni di immobilismo per spingere l’economia (a detta di molti verso il baratro, per pochi ottimisti verso il rilancio) per le grandi opere furono realizzati 10 nuove autostrade comprese la Novi Ligure – Spinetta Marengo e undici varianti di valico tra cui l’importantissimo traforo delle Monte Penice che consentiva di raggiungere l’abbazia di Bobbio in solo 15 minuti. Venne quadruplicata la TAV che dagli Urali arrivò fino a Capo Horn ma contemporaneamente e paradossalmente l’Italia venne dichiarata parco nazionale per assicurarsi 5 anni di voto dei Verdi tedeschi. Tacitati i cattolici con la recita obbligatoria dell’Ave Regina in classe, la nazionalizzazione di Radio Vaticana fece scattare la contropartita dell’UDC di Pierdiferdicasini che alleatosi con Formigoni riuscì a fare nominare Bagnasco e Ruini senatori a vita. Fu in quel periodo che le Coop Rosse si allearono con Fininvest per comprarsi il Financial Times, mandando finalmente il suo direttore a produrre un lungo reportage sul mercato islandese del Merluzzo salato.
Bersani tuttavia costituì un serio problema per la coalizione, ottemperate le sue richieste per dare a ogni operaio una congrua fornitura di giaguari smacchiati, nemmeno la promessa di un finanziamento miliardario per la produzione di piadine romagnole a marchio DOPCG lo calmò a lungo.
Il governo Monti alla fine lo fecero crollare due senatori del Trenitino Alto Adige. Per assicurarsi i loro voti la regione venne ceduta in blocco all’Austria, ma ci si accorse con disappunto che così facendo i due senatori non potevano più votare nel senato italiano.
Il debito pubblico italiano toccò i 90 spaventigliardi e Bono Vox dovette fare un concerto in Nigeria per la sua cancellazione, suscitando le ire della Lega Nord che nemmeno in Africa erano riusciti a fare investimenti di copertura ai loro traffici.
Capo di stato venne fatto l’unico nome che riuscì a mettere tutti d’accordo: Rita Levi Montalcini.
Ma con un risultato sorprendente la Cassazione decise che l’unico vincitore alla fine era sempre lui: Silvio Berlusconi, ai punti, per manifesta superiorità nei confronti dell’avversario. Il leone di Arcore, il terrore delle procure, si rimangiò tutto quello che finora aveva detto sui giudici e decise che tutti i suoi processi e quelli dei suoi amici sarebbero stati giudicati direttamente dall’alta corte di Roma.
Venne nuovamente abolita la tassa sulla prima e seconda casa, i possessori della terza furono esonerati da tutte le spese di mantenimento e omaggiati di un simpatico mazzo floreale. Bonus per le ville in Sardegna unito alla nuova riforma elettorale: chi ne aveva più di due sei sarebbe stato eletto automaticamente al senato con la possibilità di opzione per la camera, specie da letto se si trattava di fanciulle in età compresa tra i 18 e i 25 anni. Scomparirono anche l’IVA e l’Irap. L’abolizione dell’Ires convinse anche i Comunisti più scettici a sventolare striscioni azzurri il giorno del Primo Maggio, dichiarato festa del lavoro, nel senso che quel giorno lì si sarebbe lavorato il doppio (il 25 aprile rimase festivo ma venne consacrato allo studio dell’inglese, lingua appunto dei Liberatori). Nacque però un misterioso contributo spontaneo al PDL consistente in una cifra fissa di 12.000 Euro e sei giornate di impegno volontario nel coro azzurro alle spalle del premier.
Disgraziatamente il rapporto tra Pil e debito pubblico arriva a questo punto al 200%, l’Italia dovette uscire dall’Euro facendo la felicità della Lega Nord, ma intanto da qualche tempo l’odiata divisa era già stata sostituita dalle più solide Lire. Un’ardita manovra finanziaria condotta dalle Fiamme Gialle permise di conquistare il Financial Times e di far giudicare il suo direttore dalla corte internazionale dell’Aia.
Il nuovo direttore fu un nome che mise tutti d’accordo: Emilio Fede, ex esodato un po’ attempato che venne così reintegrato nell’attesa che dipartito lui il grande Vecchio della Brianza potesse aspirare anche a questa carica.
Ma dopo conteggi, veti incrociati e schede invalidate reciprocamente la cassazione emise un risultato sorprendente: le uniche schede valide furono quelle della Lista Bar Sport di Ernesto Pautasso pensionato di Pinerolo con 47 preferenze. Pautasso venne nominato Primo Ministro e con grande sorpresa del Financial Times, che Pautasso non aveva mai letto preferendo di gran lunga la Gazzetta dello Sport, cominciò per l’Italia un periodo di rinascita economica. Il brasato al Barolo della signora Rosa invase la Cina. La lezione sui vini italiani dal Merlot al Passito di Pantelleria obbligatoria nelle scuole permette di sviluppare una generazione di chimici da premio Nobel. I commercianti furono invitati a tarare le loro bilance sul peso atomico dell’iridio pena la confisca di tutte le mozzarelle di bufala sopravissute all’inquinamento da diossina. I prezzi scesero e le famiglie riuscivano ad arrivare alla quarta settimana del mese. Unico neo il palinsesto televisivo che trasmetteva in prima serata solo repliche di “X Factor” e curling a squadre miste. Ma la gente usciva di più.
Presidente del Consiglio alla fine fu nominato Dino Zoff e questa volta sì, tutti furono d’accordo.

 
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La signora Erdoğan e il suo velo

Posted by quellachenonsei on apr 26, 2012 in Senza categoria

Premessa: è un articolo scritto da Anna Vanzan per il giornale on line a cui do il mio un modesto contributo, è un articolo che condivido pur mettendo le minigonne e non portando il velo, è un articolo che non si ferma alla notizia del tiggì ma arriva da chi il mondo turco e arabo lo conosce meglio perché è da lì che viene e ne fa parte. Non pensiamo che l’Italia sia così distante dalla Turchia, visto che da noi fino a pochi anni fa in base all’art. 587 del Codice Penale chiunque cagionasse la morte del coniuge, della figlia o della sorella:”…nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”. No, non parlatemi oggi di quote rosa.

Il volto della signora Erdoğan incorniciato dal velo mentre partecipa ad una cerimonia ospitata dal Parlamento turco in occasione d’una importante festa nazionale, ha fatto il giro della stampa di tutto il mondo, accompagnata da titoli più o meno allarmistici, ma che comunque sottolineano la “fine del laicismo” in Turchia.
Perbacco, che potere hanno le donne, ne basta una col fazzoletto in testa per far crollare quasi un secolo del laicismo fortemente voluto (e imposto) da Kemal Atatűrk!
Peccato che alla politica dell’accorto statista turco non si fosse accompagnata un’altrettanto adeguata “modernizzazione” del Paese, ovvero, il riconoscimento dei diritti femminili, a cominciare da quelli relativi alla sfera familiare. Per decadi le turche sono state soggette a un codice punitivo di cui l’unico fiore all’occhiello era quello di avere bandita la poligamia (che, peraltro, s’è continuata a praticare, seppur con moderazione) in alcune aree rurali del Paese; mentre erano rimaste intatte le regole che, tra l’altro, assoggettavano le donne al maschio di casa con piena facoltà di uccidere moglie e figlie qualora queste avessero leso il suo “onore” rimanendo impunito.
Queste inique leggi sono state abolite nel 2004, proprio dopo che il partito di Erdoğan è salito al potere: se prima un uomo che ammazzava la moglie poteva addurre a scusa il suo “onore” offeso secondo regole “tradizionali”, ora invece addurre pretesti di tradizione o, peggio, di religione può addirittura comportare un aumento della pena.
Certo la strada delle turche verso la parità è ancora lunga, nella Mappa Mondiale di Genere internazionale sono intorno alla 100ma posizione su 115 paesi considerati e milioni di donne sono ancora analfabete….
Però queste considerazioni importano a pochi, l’unica discriminante per giudicare il progresso femminile pare sia il velo, assurto a spartiacque tra civiltà e barbarie, progresso e arretratezza, laicismo e religione. Ma, a ben guardare, il laicismo a volte viene praticato con religioso fanatismo, come nel caso francese: basti pensare all’assurdo divieto in vigore in alcuni licei d’oltralpe d’indossare gonne troppo lunghe, perché indicherebbero che la ragazza che le indossa è un’islamica! Certo, a scuola va meglio una sana minigonna, laica e rispettosa del corpo femminile che, più è scoperto, più marca la libertà raggiunta dalle donne…
Già, le donne conquistano l’onore delle prime pagine dei media quando sono o nude o velate, per ogni altra considerazione sulla loro effettiva condizione rimandiamo tutto al prossimo novembre, quando si ricorrerò il mese contro la violenza di genere; o, addirittura, al prossimo marzo, quando festeggeremo la “Donna” che esiste solo quando fa comodo.

 
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Caccia? sì, solo se al tesoro.

Posted by quellachenonsei on apr 11, 2012 in Senza categoria

Antropologia culturale, psicanalisi, etologia obbligano spesso a riflettere a lungo sul mondo animale e ai suoi rapporti con l’uomo: totem, spirito-guida, simbolo etico-teologico, presenza onirica o più semplicemente compagno di vita o fonte di energia, di materia prima e di sostanze alimentare. L’animale intrattiene con l’uomo rapporti complessi che possono attraversare sensi di fratellanza, affetto, paura, estraneità, inimicizia, atteggiamenti che sovente rappresentano anche altrettanti alibi per la crudeltà e l’avidità umane.
Si pensa che con nel mondo civilizzato l’uomo sia diventato più clemente e più civile nei suoi rapporti con il mondo animale: molte cose per le quali fino a qualche anno fa era necessario un animale si fanno adesso con l’ausilio delle macchine, a parecchi prodotti di origine animale si supplisce con materiali di origine differente. Ma: se molti si scandalizzano ancora dinanzi a fenomeni quali la vivisezione o la corrida e se la sensibilizzazione (sacrosanta e necessaria) contro l’abbandono degli animali domestici impietosamente abbandonati in procinto della partenza per le vacanze e schiacciati quasi altrettanto rapidamente dalle auto ai cigli delle strade sta dando qualche frutto, lo spettacolo della caccia e la sua elevazione a sport scuote le coscienza di pochi. L’uomo è per sua natura un crudele predone, la civiltà non gli ha insegnato a essere migliore ma gli ha suggerito molti modi per trasformarsi in predone ipocrita in moda da tacitare la propria coscienza.
C’è un film della Disney che molti hanno visto da bambini, Bambi , che parla di un cucciolo di cerbiatto che rimane orfano della madre perché a questa il nemico cacciatore ha sparato, alta tensione per la perdita della genitrice che non si vede più e si sa che non tornerà, lo sparo a riecheggiare nelle orecchie degli spettatori, lacrime di genitori e bambini. Al cinema. Finiti di sgranocchiare i popcorn e asciugate le lacrime la sequenza della morte è già un lontano ricordo, è solo un film. Ecco, non è solo un film ma purtroppo una delle realtà peggiori nel rapporto uomo animale.
Finché nel paleolitico l’homo neanderthalensis usava arco e freccia per procurarsi cibo per nutrirsi e pelli per coprirsi la caccia era una necessità e a nessun homo sapiens benché animalista del XXI secolo verrebbe in mente di condannare quello stile di vita ma altrettanto nessuno si sognerebbe di definirlo “sport” nemmeno nel neolitico. Già, perché i cacciatori molto homo e poco sapiens definiscono questa pratica un tempo di sopravvivenza come sport. Come il nuoto o la pallavolo, come una sfida dove anziché un record da battere o una partita da vincere con i suoi simili dotati di quella che dovrebbe essere l’anima c’è un essere altrettanto di carne e ossa e magari piume che vorrebbe solo essere lasciato libero per godersi la natura di un bosco o di una prateria. Sport. Da praticare con un’arma. Perché allora non darsi alla scherma o al tiro al piattello? Si vincono coppe e trofei da esibire tanto quanto le teste di cervo appese alle pareti sopra il camino, ma saranno lì a testimoniare una gara contro sé stessi e un gioco di squadra e non una corsa alla massacro di esseri indifesi e quindi non alla pari.
I cacciatori si definiscono amanti della natura. Sarebbe bello sapere le impressioni dei boschi e dei prati coperti dei bossoli di fucili, degli animali che sopravvivono e che scappano impauriti o feriti per finire i loro giorni in un’agonia straziante peggiore forse degli animali al macello.
Tra le giustificazioni addotte dai cacciatori c’è quella del soprannumero di alcune specie, cinghiali in primis. Vero, danni ad agricoltori ed allevatori di bestiame questi animali li possono arrecare e li arrecano, ma esistono quelli che vengono definiti “abbattimenti programmati”, dove solo le guardie venatorie dovrebbero essere autorizzate all’uccisione di un determinato numero di capi in base alle reali necessità e dove nessun altro possa trarre vantaggio economico da tale pratica necessaria ma pur sempre brutale. Già, si è scritto di vantaggio economico non solo in riferimento alla vendita della carne ricavata ma anche per l’indotto che comporta questo strano sport: armi, munizioni, cose che solitamente si usano anche in guerra, perché poi anche questa alla fine è una guerra, alla natura e al mondo intero.
Il 3 giugno in Piemonte si terrà il referendum abrogativo sulla caccia, http://www.referendumcaccia.it, il quesito non verterà sulla sua abolizione in toto, ma c’è la volontà da parte dei suoi promotori di mettere dei vincoli restrittivi alla sua pratica:
-divieto di caccia per 25 specie selvatiche (tra cui il cervo, il capriolo e il daino: si potrebbe proiettare davanti ai seggi “Bambi” ad libitum);
-divieto di caccia la domenica (il piacere di godersi un’escursione in montagna senza correre il rischio di essere impallinati dovrebbe essere un interesse comune!);
-divieto di cacciare su terreni coperti da neve (ai cacciatori piace vincere facile, manca solo un cerchio disegnato su qualche animale per aiutarli a fare centro);
-limitazioni dei privilegi concessi alle aziende faunistico-venatorie (di fatto, nelle ex riserve private di caccia si possono abbattere animali in numero molto maggiore rispetto al territorio libero, non dovendosi applicare i limiti di carniere per molte specie. Il referendum vuole abolire questo privilegio per chi può permettersi di andare a caccia in strutture private).
Si vogliono regole più restrittive, per il bene comune, per non trovarsi tra qualche anno a osservare una coturnice o un beccaccino solo sui libri di ornitologia senza avere più la possibilità di osservarne uno dal vivo, perché vivi resteranno solo i ricordi.
Naturalmente i media nazionali ignorano l’appuntamento referendario prossimo, come spesso avviene d’altra parte con altri referendum poco amati da chi governa, e pare che anche quella dei cacciatori rappresenti una categoria da difendere perché buon serbatoio di voti. Il referendum si svolgerà in tutto il territorio piemontese e per essere valido dovrà avere visto alle urne il 50% più uno dei diritti al voto. Oltre a essere un diritto è un dovere civico, nell’interesse di quell’altra maggioranza che senza definirsi ecologista, vegetariana, vegana, animalista vorrebbe solo godersi i rumori del bosco e non i contraccolpi delle doppiette. E si spera, in ogni caso, che la pietra buttata nell’acqua della chiamata al voto piemontese provochi cerchi alle regioni vicine, ad esempio la Lombardia che vede il doppio di sportivi in tenuta verde, berretto e fucile pronta a fare sport sparando.

 
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Galeno e dintorni

Posted by quellachenonsei on mar 23, 2012 in Senza categoria

Galeno, chi era costui? Magari ci si ricorda del suo nome quando si sente di preparazioni galeniche, quei medicamenti fatti fare al laboratorio farmaceutico su ricetta medica, qualcuno lo può ricordare come studioso di medicina e punto di riferimento in tale ambito fino al XVI secolo, ma qui lo si riporta alla memoria perché fu il primo a creare una vera e propria crema, quella che venne inclusa nella Farmacopea Londinese nel 1618 con il nome di cold cream.
Una breve premessa su cosa sia una crema, o meglio ciò che si chiama comunemente crema ma che in realtà dovrebbe essere definita emulsione, cioè un insieme di parte acquosa e di parte oleosa, tenute insieme da un emulsionante. Il classico esempio è la maionese, uovo (costituito anche da acqua) e olio che si uniscono amalgamandosi grazie alla lecitina contenuta nel tuorlo che funge appunto da emulsionante.
Si possono preparare anche i cosiddetti “bifasici”, prodotti senza componente emulsionante e con le due parti di liquido a base acquosa e di grasso separati ma che si uniscono se si agita il contenitore prima dell’uso per pochissimo tempo e per poi separarsi nuovamente.
Che cosa c’era nella crema di Galeno? Pochissimi ingredienti: acqua, cera d’api e olio, dove il ruolo dell’emulsionante lo recita la cera d’api.
Che altro ha bisogno una crema per poter essere usata? Naturalmente ci sono attivi con vari funzioni che si possono aggiungere, i bombardamenti pubblicitari parlano di acido ialuronico o filtri solari o coenzima Q10, ma per chi vuole iniziare a far da sé non deve complicarsi troppo la vita e partire proprio dall’emulsione più semplice, con qualche accorgimento per non buttare via oltre le materie prime anche l’entusiasmo del principiante, sapendo che anche i più esperti ogni tanto sperimentano qualcosa che finisce nella spazzatura.
Ecco quindi le dosi per una prima cold cream:
-cera d’api 20 grammi (si può trovare da chi vende miele oltre che su qualche sito di materie prime);
-olio d’oliva 60 grammi ;
-acqua distillata 20 grammi
Come si può notare la quantità totale dà 100 e questo dev’essere per ogni ricetta che si vorrà riprodurre.
Adesso si parte, mettendo l’olio e la cera in un barattolino resistente al calore a fondere a bagnomaria e contemporaneamente riscaldando dolcemente l’acqua affinché le due parti abbiano la stessa temperatura. Quando la cera sarà del tutto sciolta si verserà a filo l’acqua nella soluzione che si chiamerà “lipo” per la presenza di olio (anche la cera è comunque considerata un grasso), mescolando con pazienza con un cucchiaino per emulsionare, si lascerà raffreddare con pazienza a temperatura ambiente dando una girata ogni tanto. Non si deve avere fretta e guardare la prima “creazione” che a poco a poco prende la consistenza di una crema densa e corposa al delicato profumo di cera d’api. Perché una crema si conservi, ça va san dir, c’è bisogno di un conservante per evitare che si creino muffe e si sviluppino batteri anche se si utilizza l’acqua distillata, quella del ferro da stiro per intendersi (mai del rubinetto che potrebbe contenere tracce di cloro e altri Sali non graditi dalle preparazioni); ora, la ricetta originaria di Galeno prevedeva che nella parte oleosa venissero messi in infusione petali di rosa, per non complicarsi la vita con i primi tentativi si consiglia l’acqua di rose più famosa che si trova in commercio, nella cui composizione i conservanti ci sono e per questa volta si chiuda un occhio sul fatto che tanto eco-bio non lo è.
Una curiosità su questa crema: basta spalmarsene un poco per accorgersene che è a base molto grassa ma ha una notevole azione rinfrescante dovuta all’evaporazione dell’acqua, per questo motivo le venne dato il nome di cold cream.
La prima emulsione è stata fatta, magari si può aggiungere qualche goccia di olio essenziale, magari di limone che va bene per mani e unghie, ma nelle prossime puntate si vedrà come perfezionarsi e cercare di auto prodursi qualcosa di più complicato e adatto alle esigenze di ciascuno. Alla prossima ricetta.

 
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LAV: petizione vivisezione, firma per fermarla!

Posted by quellachenonsei on mar 20, 2012 in Senza categoria

Basta una firma, anche senza scomodarsi dalla poltrona anche senza acquistare l’uovo di cioccolata se si è a dieta.

LAV: le nostre campagne – vivisezione – vivisezione – petizione vivisezione: firma per fermarla!.

 
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Perché non si vive di sola politica.

Posted by quellachenonsei on mar 14, 2012 in Senza categoria

E per chi fosse pigro lo riporto anche qua.

Nel primo articolo di questa rubrica si è introdotto il discorso relativo all’INCI, con questo si cercherà di iniziare il viaggio alla decodificazione di alcuni di quei termini che nascondono quello che quotidianamente si utilizza per la cura della persona e per la pulizia della casa.
Non si potrà naturalmente esaurire tutto lo scibile dell’argomento e a tale proposito per approfondire si può fare riferimento a qualche sito che si occupa prevalentemente di tali tematiche:
l’angolo di Lola
saicosatispalmi
e soprattutto
il biodizionario dove immettendo nel form il nome di una sostanza si può capire dai “semafori” se tale ingrediente e il prodotto che lo contiene è da eliminare dal carrello della spesa.
Prima solo una breve premessa: quando si parla di pelle va tenuto presente che questa è composta da tre strati:
1) l’epidermide, lo strato sottile ricoperto dal guscio corneo ed è lo strato su cui agiscono i cosmetici (attenzione, si parla di cosmetici e non di farmaci);
2) il derma, lo strato di circa 4 mm . sotto l’epidermide e dove si trovano i fibroplasti , importanti cellule che servono alla produzione di collagene, fibre, glicosaminoglicani (GAG) tra cui il noto acido ialuronico. Al derma i cosmetici non possono arrivare ma possono essere assorbiti dai vasi sanguigni ed entrare in circolo;
3) l’ipoderma, il tessuto adiposo costituito dagli adipociti che rappresenta il centro di deposito di vitamine e di ormoni.
Anche chi non è medico sa che la pelle va nutrita soprattutto dall’interno per cui è fondamentale fornirle tutti quei nutrienti indispensabili a costruire le proteine di cui sono fatte le fibre, ma per non rovinare il lavoro di una corretta alimentazione e di un sano stile di vita è bene non rovinare tutto con un insano stile cosmetico.
Per non uscire di casa con un dossier da consultare per ogni cosa che si intende acquistare ecco un primo elenco di cosa è comunque meglio evitare, perché nocivo per la pelle o per l’ambiente o per entrambi:
a) i siliconi (abbastanza facili da riconoscere perché i termini che li indicano finiscono per –one o per –siloxane);
b) EDTA, PEG, PPG, MEA, DEA, TEA, nomi che celano conservanti, battericidi, sostanze che formano tanta bella schiuma nella vasca da bagno ma che vanno evitati perché altamente dannosi (alcuni di questi possono rilasciare formaldeide in reazione con altri conservanti creando nitrosammine allergizzanti);
c) Petrolati, indicati come paraffinum liquidum, paraffin, petrolatum, ozokerite, ceresin).
d) tutti i nomi che terminano con –ISO o –ETH poiché sintetici;
e) conservanti come l’imidazolidinyl urea/diazonyl urea, non dannosi per l’ambiente ma per la persona sì perché anche questi possono cedere formaldeide;
f) ancora altri conservanti che possono cedere nitrosammine cancerogene come il methyldibromo glutaronitrile;
g) triclosan (conservante);
h) isopropyl myristate o palmitate, non così dannosi ma fortemente comedogenici.
Perché l’uso dei petrolati e derivati sintetici è così largamente diffuso e quello degli oli vegetali molto meno? Ecco due conti: in un barile di greggio ci sono 159 di oro nero, un barile costa più o meno 100 dollari quindi un litro di petrolio 1 dollaro e 59 cents, quanto costa invece un prezioso e più salutare olio di Argan? Almeno 60 volte in più. Non ci si stupisca quindi del massiccio uso dei prodotti di raffineria nella cosmesi, non si vuol fare “terrorismo ecologico”, solo fornire un’informazione staccata dalle logiche commerciali delle grande case cosmetiche e iniziare a pensare e coccolarsi in modo più verde.

 
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Un buco nella pancia della montagna.

Posted by quellachenonsei on mar 9, 2012 in Senza categoria

Scritto nel 2005. Ripreso e più attuale che mai.

Come quando ti fanno un buco nella pancia e ci lasciano una pinza, una garza. Solo che poi, forse, con una radiografia, qualcuno se ne accorge dopo qualche anno e ti tolgono quello che non ti serve. Il buco però ti rimane. Nella montagna invece oltre al buco rimangono anche le scorie, che si chiamano amianto e uranio. E la ferita rimane lì aperta, un’infezione continua senza possibilità di cicatrizzazione.
35 chilometri o poco più di vitale importanza per arrivare a Parigi in 3 ore e mezza, perché le 5 di adesso sono troppe. Del traffico merci dei 4.500 TIR che ogni anno lasciano i loro gas di scarico sotto le nostre case solo l’1 forse il 2% deciderà di passare al trasporto su rotaia.
Non ci si aspettava una compattezza trasversale nel ribadire il no all’ennesimo stupro di queste montagne, non si pensava che per una volta si sarebbero anteposti i diritti di una natura sempre più violata agli interessi economici. E’ una lotta pacifica quella della gente di queste montagne, abituata al freddo e a ricavare anche sangue dalle rape. Ma è una lotta tenace. Un cartello l’altro giorno ricordava che dopo aver distrutto anche l’ultimo albero non ci si potrà nutrire con i soldi accumulati con quello che qualcuno chiama progresso. Da stolti.
Già, perché se gli stolti sono sempre esistiti, il problema è che un tempo al massimo avevano un cavallo, oggi ne possono avere seicento. Sì, perché oltre al TAV abbiamo anche la piaga dei SUV (Sport Utility Vehicles=grosse auto fuoristrada guidate dai montanari della domenica) e in compenso ci si perde di SOL (da solum, suffisso latino per definire il genere di suolo).
Però agli assertori convinti dell’alta velocità deve piacere Italo Calvino il quale ne “La speculazione edilizia” si chiedeva “Se tutti costruiscono perché non costruiamo anche noi?”.
Alcune persone hanno apparentemente programmato un disastro economico-ambientale, sapendo perfettamente di farlo. La spiegazione non è difficile; per capire è sufficiente sostituire alla regola del capitalismo teorico quella del capitalismo reale che dice, più o meno: è accettabile qualunque disastro economico purché le perdite siano addossate all’intera comunità e i guadagni rimangano nelle mani di chi gestisce l’operazione. Il che, per dirla tutta, non è una grande novità; ma in questo caso l’applicazione del principio è stata veramente grandiosa, lo schieramento di forze che l’ha sostenuta nuovo ed impressionante, e il cambiamento di regole che l’iniziativa ha comportato tale da modificare strutturalmente i lineamenti del diritto.
In questa valle chi scrive ha imparato a sciare, ad arrampicarsi e a riconoscere e apprezzare per il loro uso fiori e piante che saranno spazzate via. Ma tutto questo a chi specula non interessa. E a chi specula non importa né fornisce spiegazioni sul perché in Italia un chilometro di TAV costerà 31 milioni contro i circa 10 di Spagna e Francia, facendo finta che il resto di questo Paese abbia cose più impellenti da sistemare, tra sanità, trasporti locali e welfare pressoché azzerato.
La straordinaria trovata di addossare i costi alle generazioni future ha aperto di fatto un pozzo senza fondo. Di lì si pesca per coinvolgere partiti, consulenti, chiunque esprima dubbi; per promettere agli enti locali, che devono acconsentire al passaggio delle nuove linee, faraoniche opere di compensazione, per firmare impegni di qualsiasi tipo con la tranquilla convinzione di non dovere, a proprie spese, mantenere nulla.

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